Oltre la Passione: Il Metodo Scientifico e l’Anima Artigiana di MC77

Oltre la Passione: Il Metodo Scientifico e l’Anima Artigiana di MC77

Nel panorama della birra artigianale italiana, pochi nomi evocano un senso di precisione e qualità costante come MC77. Visitare il birrificio di Serrapetrona (Macerata) significa entrare in un luogo dove il fermento creativo è bilanciato da un rigore quasi accademico.

Ho incontrato i fondatori, Matteo e Cecilia, non in un ufficio, ma nel cuore pulsante del birrificio, accanto ai tini, durante la cotta della loro Italian Pilsner. È questo il loro habitat: un luogo caldo, faticoso (“si sente il calore,” ammette Matteo), ma metodico.

Quello che in pochi anni è diventato un brand di riferimento nazionale, famoso per le sue interpretazioni pulite e tecnicamente ineccepibili, affonda le sue radici in una storia che unisce il caso, la passione e, soprattutto, una mentalità scientifica.

La scintilla: dalla ricerca universitaria al garage

La storia di MC77 non inizia in un pub, ma in un’aula universitaria. Non in un corso di birra, ma durante i loro studi a Roma. Per Matteo (Ingegneria Microelettronica) e Cecilia (Medicina Molecolare), la scoperta che “si poteva far birra in casa” è stata una folgorazione.

“In quegli anni Roma era un focolaio in crescita mostruosa,” ricorda Cecilia, parlando della facilità con cui si potevano assaggiare prodotti nuovi e incontrare persone della scena.

Il nome stesso, MC77, è una biografia compressa. “MC” sta per Macerata, la loro provincia, ma anche per Matteo e Cecilia. “77” è la Statale che percorrevano per tornare nelle Marche da Roma, la strada che li riportava ai loro primi esperimenti di homebrewing “nei garage delle famiglie, da cui ogni tanto ci sfrattavano.” Quando hanno deciso di aprire il birrificio nel 2013, il destino li ha portati a trovare un capannone proprio lungo quella stessa strada. “L’abbiamo visto come un segnale,” dicono.

Il loro percorso da homebrewer suona familiare: un kit all-grain, le prime due cotte “abbastanza potabili” che li hanno galvanizzati, seguite da “due o tre anni di birre imbevibili.” Ma è qui che la loro storia diverge. Per due ricercatori, un difetto non era un fallimento, era un problema da risolvere. È stato quello “lo spunto per dire ‘Ok, capiamo il processo… capiamo cosa c’è dietro a questo difetto’.”

La filosofia: il metodo come estensione della passione

La loro carriera accademica—entrambi con un dottorato di ricerca—non è un aneddoto, è il loro DNA. Se non avessero aperto il birrificio, oggi sarebbero “due spiantati ricercatori.” Hanno trasportato quel modus operandi direttamente in sala cotta.

“Se qualcosa non funziona, la devi far funzionare,” spiega Matteo. “È il problem solving. Ti devi intestardire su qualcosa finché non fa quello che vuoi.”

Questa mentalità definisce la loro filosofia produttiva. La parte emozionale—l’idea di una birra, magari ispirata da un viaggio—è solo l’inizio. Il resto è tecnica. “Pensiamo al risultato in modo romantico,” chiarisce Cecilia. “Ma tutta la parte di lavoro che porta dall’idea al risultato la viviamo in maniera molto, molto tecnica.”

Questo approccio li ha portati a eccellere negli stili che non perdonano: le basse fermentazioni. Se le prime birre si ispiravano ai mondi aromatici di Belgio e America, l’incontro con gli stili tedeschi è stato un incontro di menti.

“Le birre di stampo tedesco sono forse la miglior palestra del birraio,” afferma Matteo. Perché? Perché non c’è nulla da nascondere.

“Il luppolo è una materia prima che ti permette anche di nascondere qualcosina se sbagli. Quando invece la birra deve parlare, e quei pochi ingredienti che usi devono parlare loro, ecco lì ti metti alla prova, ti metti un po’ a nudo.”

Questo rigore, affinato sulle lager, si riflette su tutta la produzione. È la chiave per la riproducibilità. Per MC77, l’unica variazione tollerabile in una birra è quella data dalla freschezza della materia prima, mai dal processo. “È il nostro lavoro,” dicono. È una forma di rispetto per il consumatore che paga per un prodotto di qualità.

La sfida futura: “sdoganare” la birra artigianale

Nonostante il successo, Matteo e Cecilia rimangono con i piedi per terra, consapevoli delle sfide del settore. Il più grande ostacolo oggi? I costi delle materie prime e dell’energia, che rendono difficile l’economia di scala e relegano il prodotto a una nicchia.

La soluzione è culturale. Bisogna superare l’idea che la birra artigianale sia solo “quella strana” o per le occasioni speciali.

“Dovremmo riuscire a parlare anche a chi semplicemente vuole una bionda,” riflette Cecilia. Il modello è quello tedesco, della Franconia, dove il birrificio locale è un punto di riferimento per la comunità, un luogo dove consumare un prodotto fresco quotidianamente. “Bisogna coinvolgere le persone vicino.”

L’obiettivo è “sdoganare” il concetto stesso di birra artigianale, riportandola alla sua essenza: una bevanda popolare, fatta bene.

Visitando MC77, si capisce che non sono “topi da laboratorio” prestati alla birra. Sono artigiani che hanno capito che la tecnica rigorosa e il metodo scientifico non sono nemici della passione, ma gli strumenti più potenti per realizzarla. E per farla arrivare, perfetta, nel bicchiere di chi beve.